Mental Coaching: la Tesi di Iacopo Castagnola

Qui di seguito un estratto della Tesi di Iacopo Castagnola elaborata in occasione del Corso di Mental Coaching, organizzato presso l’Università Bocconi di Milano, dalla Società Sportiva Bocconi Sport Team in collaborazione con i Docenti/Coach Amanda Gesualdi ed Alberto Biffi.

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“Quando nella vita avrai bisogno di una mano, guarda in fondo al tuo braccio, lì ne troverai una” (Confucio).

Ho deciso di intraprendere la stesura del mio elaborato partendo da questa citazione in quanto il concetto sopra esposto mi ha accompagnato per molti anni della mia vita. In particolare, avendo praticato fin da bambino uno sport come il tennis, mi sono spesso trovato a dover affrontare, oltre all’avversario, una serie di variabili, come le aspettative dei maestri che mi seguivano, dei genitori e soprattutto le mie, che, in un’età caratterizzata da incertezze non solo in merito alla performance sportiva, spesso si frapponevano tra me e gli obbiettivi prefissati. Durante questo “percorso a ostacoli” sono sempre stato seguito da tecnici che reputavo molto validi nel curare minuziosamente la parte tecnica e strategica del mio gioco già in tenera età; tuttavia a posteriori mi rendo conto che tutto il resto (approccio alla gara, gestione dell’ansia, cura del dialogo interno etc.) ricadeva su di me. Pur essendo consapevole del fatto che l’atleta, nonché la persona, non possa e non debba essere sostituito nell’affrontare gli ostacoli presenti sul proprio percorso, sono certo che la presenza di una figura in grado di indirizzarmi, aiutandomi a gestire in maniera più funzionale le emozioni derivanti da un’attività agonistica individuale come il tennis, non solo mi avrebbe aiutato nel realizzare una performance migliore ma, soprattutto, avrebbe evitato il mio allontanamento dalle competizioni a soli sedici anni, allontanamento veicolato dalla difficoltà a gestire le emozioni derivanti da diverse aree della mia vita (studi liceali, tennis, vita familiare e affettiva); allontanamento di cui mi pento tuttora. Sono convinto che l’utilizzo della scheda per l’analisi sintetica del match, vista in questo corso, sarebbe stata un contributo fondamentale per attribuire un significato complessivo alle mie prestazioni in modo da trarre un insegnamento da ogni match, e ritengo sia uno strumento valido ed estendibile a diverse discipline e situazioni della vita; si tratta di uno strumento che non mancherò di utilizzare nella mia futura attività da coach.

Fino al termine dei miei studi liceali, quando decisi di intraprendere il percorso di studi in psicologia, pensavo non solo che la chiave per il superamento degli ostacoli che ognuno di noi si ritrova ad affrontare nel corso della vita risieda all’interno di ciascuno, idea presente tuttora, ma soprattutto che nessuno al di fuori di noi stessi potesse fornirci gli spunti per farlo, idea che ho imparato a rivalutare. Iniziato il mio percorso di laurea triennale mi sono appassionato in particolar modo a quelle branche della psicologia, psicologia clinica e psicopatologia dell’adulto, che si focalizzano appunto sulle situazioni di oggettivo scompenso, di esistenza non funzionale all’individuo.

“Esiste un modo di dare a me stesso e al prossimo, nel momento in cui non è presente una compromissione del funzionamento nella vita quotidiana, quel contributo per poter incrementare una performance cercando di renderla la migliore possibile?”

Alla luce del percorso condiviso in questi nove mesi riesco finalmente a darmi una risposta:

“Sì, si chiama Mental Coaching”.

Potrei elencare i numerosissimi benefici che ho tratto dal corso di Mental Coaching, partendo dalle consapevolezze che mi ha portato ad acquisire; in particolare ultimamente mi è capitato di rileggere la lettera motivazionale inviata per l’ammissione al corso. Rileggendola mi sono reso conto della mia confusione dell’epoca in merito al percorso da intraprendere, non che oggi io ne sia certo ma l’attuazione di alcune tecniche, apprese al corso, mi ha sicuramente portato a una migliore conoscenza di me stesso a tout court, sono convinto che questo costituisca il più importante e imprescindibile elemento sulla base del quale ponderare le scelte future. Quando parlo di tecniche mi riferisco prevalentemente al controllo e al miglioramento del dialogo interno e alle tecniche di visualizzazione: molto spesso in passato le mie performance sono state caratterizzate da un intenso dialogo interiore nonché da diverse visualizzazioni durante il pre-gara, tuttavia alla luce delle riflessioni effettuate durante il corso e soprattutto successivamente, nella quotidianità, mi rendo conto di quanto e come, l’utilizzo improprio di questi due preziosi strumenti, possa diventare un’arma a doppio taglio andando a inficiare la prestazione stessa.

Il dialogo interiore ha sempre accompagnato qualsiasi mia attività e performance (faccio una personale distinzione tra queste ultime due in quanto mi ritrovo pienamente d’accordo con la definizione di performance data da John Whitmore nel suo manuale “un’impresa, un atto notevole, un’esibizione pubblica di abilità” e non “l’esecuzione delle funzioni richieste a una persona”) ma, prima di riflettere sulla sua vera natura e su cosa significasse per me, devo ammettere che spesso si concretizzava in un dialogo interno negativo che difficilmente mi portava a realizzare una performance come prima definita, e talvolta ostacolava anche il mero compimento di un’attività. Il principale miglioramento che ho apportato al mio dialogo interno è stato quello di saperlo riconoscere e quindi di evitare che le numerose domande che riecheggiavano in me, poste in forma poco funzionale, rimanessero senza una risposta, mi spiego: durante gare, esami e diverse altre attività ho avuto il sentore di una sorta di dialogo, esterno e incontrollabile, che tuttavia proveniva da me stesso ma non ero in alcun modo in grado di intercettarlo e controllarlo perciò, essendo il mio dialogo interno caratterizzato perlopiù da domande, non riuscivo a darmi in alcun modo risposta: questo mi ha sempre portato una sensazione di incompletezza che talvolta faceva vacillare il mio focus attentivo compromettendo l’attività in atto. Parlando con parenti, amici e soprattutto ex compagni di squadra, che giocano ancora a tennis partecipando alla serie C del mio circolo, mi rendo conto di come una dinamica così frequente nonché sottile come quella del dialogo interiore vengo messa particolarmente in luce durante prestazioni sportive e individuali proprio come il tennis; la maggior parte dei miei coetanei che svolgono attività agonistica di tennis sono consapevoli del dialogo interiore presente durante ogni match e riescono a decodificarlo, tuttavia credo che la vera sfida consista nel modificarlo in maniera duratura e stabile. Uno dei maggiori ostacoli da me incontrati nel tentativo di modificare il mio pensiero interno, ad oggi, è quello di non riuscire sempre a focalizzarmi sul presente lasciando che piani temporali diversi come quello passato (rimpianti) o futuro (aspettative) lo influenzino. Sono sempre più convinto del fatto che il dialogo interiore rappresenti un meccanismo universale presente in un modo o nell’altro in ognuno di noi, e che influisca in ogni nostra attività. Trovo molto interessante il ramo della psicologia positiva e trovo ancor più affascinante la ricerca di quelle tecniche volte a essere empatici non solo verso il prossimo ma soprattutto verso noi stessi, anche perché un alleggerimento dai nostri conflitti interni avrà di certo come risultato una maggiore predisposizione verso l’altro. Nonostante, come detto prima, non sia ancora certo in merito al mio domani, sono certo, invece, che uno strumento così importante come la conoscenza di meccanismi interni che nascono da noi e influenzano le nostre prestazioni, sia fondamentale in ogni ambito e rappresenterà per me uno strumento molto importante tramite il quale aiutare il prossimo a instaurare un dialogo positivo con sé stesso.

Iacopo Castagnola, Mental Coach (di Primo Livello)

iacopocastagnola@gmail.com

Author: Tennis Olistico

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