La mia prima Paralimpiade – Claudio Rigolo – Terza Parte

Raccontami la prima volta che hai preso in mano una racchetta; che emozioni hai provato al primo torneo internazionale? Alla tua prima Paralimpiade?

Il mio percorso sportivo in carrozzina, comincia col tennis, per cinque anni dopo l’infortunio ho rifiutato qualsiasi proposta di praticare nuovamente sport, poi un giorno, quasi per caso, venni invitato a provare il tennis, alcuni amici in carrozzina lo praticavano già da tempo, premetto che io a tennis, anche da normodotato non avevo giocato e se devo dirla tutta, nemmeno mi piaceva troppo!

Quell’incontro servì però a risvegliare, quella soffocata ed inconsapevole sete di sport che albergava in me, ricominciai a sentire il mio corpo in maniera diversa, mi percepivo nuovamente come sportivo, sensazioni che avevo da troppo tempo chiuso in un cassetto: la bellezza del sudare, della fatica, del mettersi in gioco, l’agonismo, le scariche di adrenalina che solo il momento sportivo ti offre! Tornato a casa da quell’incontro casuale, mi organizzai, coinvolsi amici e conoscenti e cominciai a giocare ed allenarmi tutti i giorni e dopo quattro mesi partecipai al primo Campionato Italiano ufficiale, arrivai alle semifinali. Iniziò così un percorso, che mi portò a vivere esperienze di vita sportiva uniche, fino al mio primo torneo internazionale all’estero, Graz Austria. Mi sembrava un mondo incredibile, organizzazione perfetta, non credevo ai miei occhi, quel torneo era tennis, ma non solo, era gioia di vivere, grasse risate, spensieratezza, condivisione e agonismo allo stato puro, mi resi conto di come avrei potuto continuare a fare quello che amavo fare da sempre, praticare sport ed insegnarlo!

La mia prima Paralimpiade, Atlanta 1996, in soli cinque anni dall’inizio tennistico, incredulo di vivere un’esperienza tanto stupenda nella sua essenza. La massima rassegna sportiva nella carriera di un atleta, prima volta del tennis ad una Paralimpiade dopo la prima dimostrativa a Barcellona 1992: il villaggio olimpico, la sfilata alla cerimonia di apertura, gli allenamenti, l’attesa per la prima partita, la condivisione di tanti momenti con gli atleti di altri sport, il Mondo racchiuso in un barattolo. Sidney 2000, a detta di molti la migliore organizzazione di sempre, il ritorno per me nella mia città natale, una terra meravigliosa, un concetto di apertura verso la disabilità che non ha riscontri in altra parte del mondo, persone che ti chiedevano l’autografo perché avevano assistito al tuo incontro allo stadio o in tv, mezzi di trasporto pubblico, dagli autobus, ai battelli accessibili, libertà! Al mio secondo turno, contro il numero uno del momento Ricky Molier, olandese, circa diecimila persone sugli spalti, tifo alle stelle, il giorno dopo in coppia con il talentuoso Fabian Mazzei, partita di doppio contro l’Australia, stadio pienissimo 12.000 spettatori, tifo assordante, ci siamo sentiti indiscussi attori di uno spettacolo bellissimo.

Prima giocatore e poi coach perché? Hai acquisito una diversa consapevolezza diventando coach?

La mia carriera sportiva è comunque andata di pari passo con quella di insegnante, da subito ho voluto formarmi per dedicarmi a quello che avevo deciso di fare nella mia vita, insegnare sport. Al momento del mio infortunio stavo finendo l’Isef, ero quindi indirizzato verso un lavoro che mi avrebbe permesso di dedicarmi all’insegnamento. Iniziando quindi a praticare il tennis in carrozzina è stato gioco forza approfondire e specializzarmi in questa disciplina. Sono stato tecnico nazionale alle Paralimpiadi di Atene e Pechino ed in diversi campionati del Mondo, è stata un’esperienza bellissima, quadrienni di preparazione e pianificazione che mi hanno fatto crescere come coach, ma anche situazioni conflittuali, il passaggio da giocatore ad allenatore non è stato semplice, un percorso difficile dove si passa da una visione delle cose piuttosto egocentrica ad una altruistica, devi entrare in empatia con le persone, cercare le giuste vie di accesso per ottenere il massimo dai tuoi atleti e non più da te.

Gli anni ti portano ad essere più saggio, avere più strumenti per relazionarti con i tuoi atleti, personalizzare il tuo approccio con ognuno e decidere il tuo percorso, cosa fare e dove voler stare. La gestione del tennis in carrozzina in Italia è passata dal Comitato Italiano Paralimpico (CIP) alla federazione FIT, con le Paralimpiadi di Pechino, questo ha portato vantaggi per i tennisti di interesse nazionale, in quanto la ricca FIT qualche soldino in più l’ha messo, ma non sempre più finanze corrispondono a miglioramenti, io so di voler stare dove l’aria è pura, dove posso esprimermi, dove non devo rendere conto ad una Federazione che non mi rappresenta e che sento distante. Per questo adesso sono felice di occuparmi di cose che mi restituiscono energie positive, scarse tensioni ed equilibrio con quello che mi circonda.

Com’era la tua vita prima dell’incidente? Praticavi sport? Che studi stavi facendo?

La mia vita, prima dell’incidente era una vita semplice e bellissima, sono cresciuto in una località di mare, Tirrenia, in Estate invasa dai turisti, ma poi tornava ad essere nostra, eravamo i padroni delle strade, dei boschi, della spiaggia, del mare, da bambini i nostri giochi erano partite interminabili di calcio per strada, battute di pesca, scorrazzate in bici o arrampicate sugli alberi. Con la maturità: la responsabilità della spiaggia, i lavori di apertura e chiusura dello stabilimento balneare, oltre al bagnino in spiaggia, insegnavo nuoto e windsurf, l’insegnamento ha accompagnato la mia vita. Frequentando l’istituto superiore di educazione fisica di Firenze, avevo già cominciato ad insegnare a scuola, elementari e medie e avevo corsi di pallavolo e ginnastica per adulti, l’incidente a due esami dalla fine del corso di studi, ha interrotto quel tipo di vita. Lo sport da me praticato con più assiduità, il calcio, ma ho anche avuto esperienze con l’atletica leggera (salto in alto, lungo, discipline veloci), una gradevole parentesi con il rugby nel Cus Pisa. Poi quel 15 maggio del 1986, durante i lavori di apertura dello stabilimento balnare, l’infortunio….

L’incidente è stato un segnale che ad oggi hai compreso? O tutt’ora ti domandi “perché a me”? Il tuo sguardo verso le altre persone é cambiato? … e il loro verso di te?

Non so se un incidente come è accaduto a me possa essere compreso, certo è motivo di pensieri, di riflessioni, di messa in discussione. Dopo la prima fase di totale disperazione, mi sono chiesto se voler vivere o sopravvivere, l’amore che mi circondava in quel periodo mi ha dato la risposta: i miei figli che al momento dell’incidente avevano poco più di un anno, la mia giovane bella moglie, la mia forza e la consapevolezza di voler vivere al meglio, prendere a morsi la vita, assaporarne ogni goccia.

Il rapporto con gli altri: se all’inizio del tuo percorso gli sguardi delle persone intorno a te suscitano imbarazzo, senso di inadeguatezza e in mia risposta un senso di sfida, col tempo sono diventati sguardi, da me avvertiti come apprezzamento ed il mio uno sguardo di curiosità verso gli altri e verso la bellezza in tutte le sue forme.

Dopo una lunga degenza in ospedale, la prima cosa che feci fu andare vicino al mare durante una mareggiata facendomi bagnare dalle onde completamente per un’ora. La bellezza risiede anche nei nostri ricordi felici, per me quello lo è, come il ricordo della sabbia sotto i piedi o le libecciate che mi facevano alzare dal letto di notte per mettere al sicuro, barche, ombrelloni o lettini con il salmastro nei capelli e sul viso.

Alla fine sono convinto che senza ostentare felicità a tutti i costi, tutto quello che mi è accaduto sia stato una grande opportunità e motivo di crescita personale, non sarò un guru, come ritiene la mia amica Sandra, maestra di yoga, ma sono felice della mia vita, di quello che ho fatto e di quello che ancora la vita mi riserverà.

 

Al seguente link la Prima Parte dell’Intervista a Claudio Rigolo e la Seconda Parte dell’Intervista a Claudio Rigolo

Camilla Lugli sta seguendo un Percorso di Formazione per diventare Insegnante ed Educatore di Tennis Olistico® 

Insegnante Regionale di Tennis UISP – Ex Istruttore di Tennis di Primo Grado FIT

camilluzza95@hotmail.it

Author: Tennis Olistico

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